Cosa dire del diritto alla salute negato in Africa? Nei villaggi della brousse e della savana nessuno sa cosa sia un medico o un ambulatorio sanitario, per cui o si decide di incamminarsi a piedi per giungere, a volte dopo giorni, nell’ambulatorio più vicino con la speranza di guarire, o si resta nel proprio villaggio, sperando che Dio la mandi buona, perché anche una semplice diarrea, un parto, possono risultare fatali.
Ebbene, sì, non c’è altra soluzione… se si considera che nella brousse si vive isolati dal mondo e solo palme e terra brulla fanno da cornice alla vita di tutti i giorni. E come è sbalorditivo scoprire con i propri occhi che anche lì bambini, donne, uomini, anziani, subiscono pazientemente la loro sorte malvagia!
Più che dirvi che il mio cuore piange e si angustia dinanzi a questo squallido scenario, non posso. Chi invece da tanti anni vive lì per scelta e per vocazione, sa dirci ancora di più, e ancora di più può commuoverci per quello che, sulla sua pelle, vive e vede giorno dopo giorno. È la testimonianza di Chiara Castellani, nata a Parma nel 1956, medico che, da tanti anni, esercita la sua professione nella savana, a Kimbau, nella regione di Bandundu (non a caso, nella Repubblica Democratica del Congo).
Le sue parole, esperienza di vita vissuta, arrivano diritte al cuore, anche perché
a pronunciarle è una donna coraggiosa che ha scommesso tutto sul Vangelo. È un medico speciale, che fa i cesarei con la mano sinistra (al braccio destro, a seguito di un incidente in jeep, ha una protesi), aiutata da infermieri locali. “La croce non è di chi la porta al collo, ma di quelli che ci crepano sopra”. Ha studiato ginecologia (“Mi piaceva l’idea di far nascere bambini”), ma è stata anche chirurgo di guerra, chiamata ad amputare, estrarre pallottole, ricomporre cadaveri. È partita per l’America Latina negli anni ’80 insieme col marito, un compagno di vita e di sogni che alcuni anni dopo la abbandonerà per un’altra donna. Sognava di aiutare gli altri e si è ritrovata “passero con un’ala sola”. Citando don Tonino Bello, Chiara ricorda che “Dio ha creato gli angeli con un’ala soltanto perché volassero abbracciati”.
È una “fedeltà a caro prezzo” quella che Dio lungo gli anni le ha chiesto, ed è davvero arduo restare fedeli a un Dio così. Ma ella non rinuncia mai alla sua sete di futuro, alla voglia di costruirne uno migliore in nome del Vangelo. Arriva perciò a Kimbau, in un ospedaletto abbandonato dai belgi nel profondo della foresta, dove non si sottrae al suo imperativo di dar voce ai poveri. E continua a perseguire il sogno di istituire un percorso di formazione ai diritti umani per educare le giovani generazioni del Congo al protagonismo e alla responsabilità.
Ho scoperto per caso il suo libro, Una lampadina per Kimbau, e siccome l’ho trovato particolarmente attraente, commovente e calato veramente in quella realtà che ho visitato, voglio condividerne con voi alcuni stralci, con la speranza che le sue parole possano imprimersi nella nostra mente e nel nostro cuore, e possano farci sentire fortunati nonostante le croci che ciascuno deve portare.
Pag.40. «Gli ospedali dello Stato esigono il pagamento anticipato di qualsiasi prestazione: dalla scheda di consultazione al ricovero, fino all’ultimo farmaco, sempre carissimo. I pazienti operati, per poter essere medicati, devono acquistare garze e cerotti. Con salari che consentono a stento di mangiare fufu una volta al giorno, la malattia di un congiunto è una spesa insostenibile.
È morto sul marciapiede antistante l’ospedale di Kinshasa, un giovane con un’ernia strozzata di parecchi giorni di evoluzione. La mancanza di soldi per pagare l’intervento lo aveva costretto a posticipare il ricovero fino a giungere allo stadio di cancrena intestinale. Un ragazzo di sedici anni è giunto in ospedale con un’appendicite acuta. I genitori non avevano i soldi per pagare l’intervento. Per raggranellarli ci hanno messo tre giorni e, quando il ragazzo è stato finalmente operato, il martedì successivo, l’appendicite era già diventata peritonite. È morto dodici ore dopo l’operazione.
Mentre la denutrizione cronica rende fatale una banale diarrea, la mancanza di soldi spinge le madri a posticipare la richiesta di cure mediche finché il bambino è all’estremo della disidratazione o in coma malarico. Nel mese di stage, trascorso nell’ospedale della capitale, ho visto morire bambini come mosche, anche due o tre per notte, ma anche due ragazzi della mia età per tetano. Vaccinarsi in Zaire è possibile solo se si paga. Anche la trasfusione è a pagamento, contro tutte le leggi internazionali. Qui vige il commercio del sangue. Il trattamento contro la tubercolosi, gratuito negli altri paesi, grazie anche ai fondi dell’OMS, è totalmente a carico dei pazienti».
Pagg.86-87. «Quando sua zia, maman Cécile, me lo ha portato con le lacrime agli occhi, era ormai incapace di parlare, apriva a stento l’occhio destro, la rima buccale stirata a destra da una smorfia di profondo dolore, dall’orecchio sgorgava del pus. Come salvarlo? Avrei avuto bisogno di Rocefin per penetrare la barriera emato-encefalica e uccidere il microbo che gli stava lentamente mangiando il cervello. Ma non avevo nemmeno più del Cloramfenicol iniettabile perché a Kinshasa da mesi troviamo solo prodotti indiani e cinesi di qualità scadente. Avevo soltanto della penicillina cristallina. Ho fatto tutto quello che ho potuto.
Dopo una settimana di lotta per strappare Chorra al microbo che gli distruggeva il cervello, il sabato ha recuperato la coscienza: non parlava ma ha aperto entrambi gli occhi e mi ha guardata dal profondo della sua sofferenza con uno sguardo che non dimenticherò mai. Voleva dirmi addio? La stessa notte è stato colto da una dispnea intensa e ci ha lasciati per sempre. L’ho rivisto durante la cerimonia funebre: il volto smagrito, senza più la smorfia di dolore, identico a quello di suo padre. Poi i compagni di scuola hanno caricato la cassa di legno sulle spalle, si sono legati sulla fronte una benda bianca con su scritto “Addio Chorra” e, mentre accompagnavo la bara verso il cimitero, gli ho chiesto perdono per non avercela fatta a salvarlo, a strapparlo a quella morte assurda. Gliel’ho chiesto piangendo. Da allora non ho più visto papà Louis. Si è chiuso nel suo dolore, nessuno osa disturbarlo.
Sono accadimenti che mi scoraggiano profondamente. Sono momenti nei quali vorrei scappare e arrendermi alla mancanza di medicine, di possibilità di cure, di strumenti sanitari. In cui ancora una volta mi sento lacerare da quella assoluta mancanza di diritto alla salute, a essere curati, che ogni giorno provoca morti e tanta sofferenza. Ma poi accade sempre qualcosa che mi aiuta ad andare avanti, a risalire in superficie. A percepire che dietro a questi drammi c’è comunque sempre Lui, che non scappa, che rimane inchiodato alla croce dei suoi figli».
Manuela Rea